Le diagnosi di ADHD aumentano e cresce l’uso dei farmaci. Un’inchiesta dell’Irish Times riapre il dibattito tra sottodiagnosi, rischio di valutazioni superficiali e accesso alle cure. Nello stesso giorno il quotidiano irlandese intervista Blindboy Boatclub, che racconta autismo, scuola e lavoro. Due articoli diversi che pongono una domanda comune: quanto deve adattarsi la persona e quanto, invece, possiamo cambiare l’ambiente?
Le diagnosi di ADHD sono aumentate. Sono aumentate anche le prescrizioni di farmaci. E intorno a questi numeri si è aperto un dibattito che attraversa medicina, scuola e società. Il 29 agosto 2026 l’Irish Times dedica un approfondimento proprio a questo tema. La giornalista Sylvia Thompson parte dal controverso documentario britannico di Channel 4 The Great ADHD Myth? e chiede agli specialisti irlandesi cosa stia realmente accadendo.
Nello stesso giorno il quotidiano pubblica anche una lunga intervista di Patrick Freyne a Blindboy Boatclub, scrittore e podcaster irlandese che parla apertamente della propria neurodivergenza e racconta come abbia costruito un ambiente di lavoro compatibile con le proprie necessità.
Due articoli apparentemente lontani.Il primo parla di diagnosi e farmaci. Il secondo di letteratura, podcast, autismo e vita quotidiana.Ma letti insieme raccontano qualcosa di più interessante: che cosa accade quando cominciamo a guardare diversamente comportamenti che per anni abbiamo interpretato come svogliatezza, maleducazione, eccentricità o incapacità di adattarsi.
ADHD: il documentario che divide
The Great ADHD Myth? è condotto dallo psichiatra e giornalista britannico Max Pemberton. Pemberton si sottopone a una valutazione online e riceve una diagnosi di ADHD. Il documentario utilizza la sua esperienza per interrogarsi sulla crescita delle diagnosi e sulla possibilità che ottenere un riconoscimento clinico sia diventato troppo semplice.
Segue inoltre Mason, un bambino di dieci anni con ADHD che sospende per sei settimane la terapia farmacologica, con il consenso della madre. Nel frattempo vengono introdotti cambiamenti nello stile di vita: meno schermi, maggiore attività all’aperto, yoga e attenzione all’alimentazione. Mason dice di sentirsi maggiormente se stesso. La sua insegnante, però, osserva che è diventato più loquace e più disturbante in classe. Alcuni mesi dopo la madre decide di reintrodurre il farmaco, anche in seguito al peggioramento dei risultati scolastici. La stessa esperienza raccontata dal documentario appare quindi meno lineare della tesi che vorrebbe dimostrare. Alcuni specialisti intervistati nel programma assumono invece posizioni molto più radicali.
Iona Heath, già presidente del Royal College of General Practitioners britannico, sostiene che eliminerebbe l’etichetta ADHD e interromperebbe la medicalizzazione, preferendo una trasformazione del sistema educativo con maggiore spazio per creatività e sport. Altri arrivano a definire l’ADHD una costruzione sociale, mettendo in discussione il suo status di disturbo del neurosviluppo. Ed è qui che gli esperti irlandesi intervistati dall’Irish Times prendono nettamente le distanze.
In Irlanda gli specialisti non negano l’ADHD
Sarah Cassidy, psicologa e presidente della Psychological Society of Ireland, giudica il documentario irresponsabile e potenzialmente dannoso. Il rischio, secondo Cassidy, è quello di tornare alla vecchia rappresentazione del bambino ADHD come bambino semplicemente indisciplinato o cresciuto male. Una diagnosi, sottolinea, non dovrebbe servire ad applicare un’etichetta. Dovrebbe permettere di comprendere quali supporti siano necessari. Cassidy ricorda inoltre che un ADHD non riconosciuto e non trattato può associarsi a conseguenze importanti, comprese dipendenze e comportamenti rischiosi. Molte persone arrivano alla diagnosi soltanto dopo essere state trattate per anni per ansia, depressione o altre condizioni. Il punto degli specialisti irlandesi non è quindi sostenere che ogni aumento delle diagnosi sia automaticamente positivo. È chiedere che la discussione parta da una distinzione fondamentale: una diagnosi può essere sbagliata o superficiale senza che per questo la condizione diagnosticata smetta di esistere.
La domanda di diagnosi è cresciuta dopo la pandemia
Anche in Irlanda, tuttavia, la crescita delle richieste è evidente. Margo Wrigley, responsabile clinica nazionale per l’ADHD nell’Health Service Executive, individua nella pandemia un momento importante. Il lavoro e lo studio da casa hanno fatto emergere difficoltà precedentemente compensate. Nel frattempo è aumentata enormemente anche la conoscenza pubblica dell’ADHD. Il programma nazionale irlandese dedicato agli adulti è stato avviato nel 2021. La richiesta si è rapidamente rivelata superiore alla capacità del sistema pubblico. Delle undici équipe specialistiche previste, otto sono operative. L’HSE sta inoltre valutando un modello che permetta ai medici di medicina generale opportunamente formati di avere un ruolo maggiore nella diagnosi e nella gestione dell’ADHD adulto. Quando l’offerta pubblica non riesce però a soddisfare la domanda, cresce inevitabilmente il settore privato. Ed è qui che il discorso sulla qualità delle diagnosi diventa particolarmente importante.
Una diagnosi non può essere un questionario con qualche crocetta
Una valutazione privata per ADHD in Irlanda può arrivare a costare tra 1.500 e 2.000 euro. Michele Hill, consultant psychiatrist di ADHD Ireland, mette in guardia dalle valutazioni troppo rapide. L’ADHD non può essere diagnosticato semplicemente riconoscendosi in alcuni sintomi letti online. Occorre ricostruire la storia della persona. Verificare che le difficoltà siano persistenti. Valutarne l’impatto in più aree della vita. Ricercare la loro presenza nell’infanzia. Escludere altre possibili spiegazioni.
Una valutazione completa può richiedere diverse ore e può comprendere documentazione scolastica e informazioni fornite da persone che conoscevano il paziente durante l’infanzia. È una distinzione importante. Il problema non è soltanto quante diagnosi vengono formulate. È come vengono formulate.
Più diagnosi non significa automaticamente sovradiagnosi
Il paradosso è che l’aumento delle valutazioni può convivere con una sottodiagnosi ancora presente.
Le stime citate dall’Irish Times collocano la prevalenza dell’ADHD attorno al 5-8 per cento nei bambini e al 3-5 per cento negli adulti. Secondo Michele Hill, il numero delle persone effettivamente diagnosticate rimane inferiore rispetto a quello atteso sulla base della prevalenza nella popolazione.
C’è poi il tema delle donne. Per decenni l’immagine dell’ADHD è stata associata soprattutto al bambino iperattivo, impulsivo, incapace di stare seduto. Molte altre manifestazioni sono state meno visibili. Disattenzione. Difficoltà organizzative. Fatica nelle funzioni esecutive. Strategie di compensazione. Masking. L’aumento delle diagnosi può quindi contenere fenomeni differenti nello stesso momento: valutazioni poco accurate in alcuni casi e, in altri, il riconoscimento tardivo di persone che per anni erano rimaste fuori dai radar clinici.
E i farmaci?
Anche qui la contrapposizione tra favorevoli e contrari rischia di essere troppo semplice. Marie Boilson, del College of Psychiatrists of Ireland, ricorda che tra i clinici esiste un ampio consenso nel considerare l’ADHD una condizione del neurosviluppo. Questo non significa però ridurre il trattamento al farmaco. Sonno, movimento, alimentazione, regolazione emotiva e adattamenti negli ambienti scolastici e lavorativi possono far parte della presa in carico. Quando i sintomi continuano ad avere un impatto significativo, il trattamento farmacologico può diventare uno degli strumenti disponibili. Ed è proprio qui che il secondo articolo dell’Irish Times diventa particolarmente interessante. Perché sposta lo sguardo dalla diagnosi all’ambiente.
Blindboy entra in ufficio e si toglie la giacca
Blindboy Boatclub è uno dei personaggi più difficili da classificare della cultura irlandese contemporanea. È scrittore. Podcaster. Artista. È stato metà dei Rubberbandits. Da anni compare pubblicamente con una busta di plastica sul volto, trasformata ormai in una sorta di identità artistica. Nell’intervista con Patrick Freyne racconta anche il rapporto tra questa scelta e la propria diagnosi di autismo. L’anonimato gli permette di essere molto conosciuto senza essere continuamente riconosciuto nella vita privata. Ma è soprattutto il racconto del suo ufficio a creare un ponte sorprendente con il dibattito sull’ADHD. Blindboy dice che una delle cose che teme maggiormente è proprio dover lavorare in un ufficio. Così oggi lavora in un ufficio. Entra nell’edificio vestito con giacca e cravatta. Intorno a lui lavorano avvocati, commercialisti e altri professionisti che non sanno chi sia realmente. La struttura della giornata gli dà confini. Gli permette di incontrare persone. Di esercitarsi nelle conversazioni informali. Di separare il lavoro dalla vita privata. Poi chiude la porta. Si toglie il completo. Indossa la tuta. Cammina. Fa stimming. Organizza lo spazio secondo il proprio modo di funzionare. Lo definisce un ambiente “neurodivergent-friendly”. È difficile trovare un’immagine più efficace del concetto di accomodamento. L’ufficio rimane un ufficio. Ma non è più necessario comportarsi al suo interno secondo un unico modello.
Quando nessuno ti dice le regole
Blindboy racconta anche il suo unico precedente lavoro tradizionale. Nel 2006 lavorò per sei settimane in un call center. Durante la pausa pranzo non si sedeva con il resto del gruppo. Preferiva andare nel parcheggio e stare da solo. C’era però una regola implicita che nessuno gli aveva spiegato: socializzare durante la pausa faceva parte delle aspettative del gruppo. Il suo comportamento venne quindi letto come mancanza di cordialità. La storia è quasi banale. Ed è proprio per questo che è significativa. Molti ambienti sociali funzionano attraverso regole che non vengono mai dichiarate. Chi le comprende intuitivamente quasi non si accorge della loro esistenza. Chi non le comprende viene invece giudicato attraverso categorie morali. Maleducato. Disinteressato. Strano. Poco collaborativo. Il comportamento rimane lo stesso. Cambia l’interpretazione.
Anche a scuola Blindboy era “quello che disturbava”
C’è poi la scuola. Blindboy racconta di essere stato spesso cacciato dall’aula. Un insegnante di arte gli permetteva di entrare nella propria classe e rimanere sul fondo a disegnare quando veniva espulso dalle altre lezioni. Oggi quella storia può essere riletta alla luce della neurodivergenza. Non per cancellare il passato. E neppure per spiegare ogni comportamento attraverso una diagnosi. Ma per porre una domanda educativa.
Quante volte un comportamento viene interpretato come problema della persona prima di chiedersi che cosa stia accadendo tra quella persona e l’ambiente? La domanda riguarda l’autismo. Riguarda l’ADHD. Ma riguarda più in generale il modo in cui costruiamo la scuola. Stare seduti a lungo. Mantenere l’attenzione sullo stesso compito. Gestire contemporaneamente rumori, parole, movimento e relazioni. Organizzare materiale e tempi. Comprendere le regole sociali implicite. Passare rapidamente da un’attività all’altra. Sono richieste apparentemente uguali per tutti. Il loro costo cognitivo, però, non è uguale per tutti.
Diagnosi o ambiente? È probabilmente la domanda sbagliata
Il documentario britannico da cui parte l’articolo di Sylvia Thompson contrappone in parte medicalizzazione e trasformazione dell’ambiente. Da una parte la diagnosi e il farmaco. Dall’altra una scuola diversa, più movimento, maggiore creatività, cambiamenti nello stile di vita. Ma è necessario scegliere? L’esperienza raccontata da Blindboy suggerisce un’altra strada.
Riconoscere una neurodivergenza e modificare l’ambiente non sono due operazioni opposte.
Possono essere complementari. Una diagnosi può aiutare una persona a capire il proprio funzionamento. Un farmaco può essere utile per alcune persone con ADHD. Strategie psicologiche e organizzative possono aiutare. E nello stesso momento scuola e lavoro possono diventare più accessibili. La questione non è stabilire se il problema sia “dentro la persona” oppure “dentro la società”. È osservare la relazione tra le due cose.
Il potere di sapere
Ken Kilbride, chief executive di ADHD Ireland, parla nell’articolo di Sylvia Thompson del “power of knowing”. Il potere di sapere. Ricevere una diagnosi può significare comprendere perché alcune cose abbiano richiesto per anni uno sforzo molto maggiore rispetto a quello richiesto ad altre persone. La stessa dinamica riaffiora nell’intervista a Blindboy. Parlando del proprio desiderio di essere riconosciuto come scrittore, arriva a collegarlo al bambino autistico che a scuola era stato considerato stupido. Non ha conseguito il Leaving Certificate. Quel passato continua a entrare nel modo in cui percepisce approvazione, successo e riconoscimento letterario. La diagnosi non cambia quello che è successo. Può però cambiare la storia che costruiamo intorno a ciò che è successo. “Non ero abbastanza intelligente” può diventare una domanda differente. In quale ambiente mi stavano chiedendo di dimostrarlo?
Oltre il dibattito sulle troppe diagnosi
L’aumento delle diagnosi di ADHD pone questioni reali. Le valutazioni devono essere rigorose. Il mercato privato deve essere controllato. Condizioni differenti non devono essere confuse. I farmaci devono essere prescritti quando appropriati e seguiti clinicamente. Ma ridurre tutto alla domanda “stiamo diagnosticando troppo?” rischia di nascondere altre domande altrettanto importanti. Chi non veniva diagnosticato prima? Chi è stato considerato pigro, difficile o incapace quando aveva invece necessità differenti? Che cosa succede dopo una diagnosi? E soprattutto: siamo disposti a cambiare almeno una parte dell’ambiente oppure continuiamo a chiedere soltanto alla persona di cambiare se stessa? Forse l’immagine più efficace arriva proprio dall’ufficio di Blindboy.
La porta si chiude. La giacca viene tolta. Arriva la tuta. C’è spazio per camminare e fare stimming. Ci sono confini, struttura e solitudine. Ma fuori dalla porta rimane anche una comunità di persone con cui avere piccoli scambi quotidiani. Blindboy non ha eliminato l’ambiente che temeva. Lo ha reso abitabile. E forse è proprio questo uno dei passaggi più interessanti del dibattito contemporaneo sulla neurodivergenza: non cancellare le differenze, ma costruire luoghi nei quali quelle differenze non debbano continuamente trasformarsi in svantaggi.
Bibliografia e fonti
Thompson, Sylvia, “The rise in diagnosis and medication for ADHD is dividing medical opinion. What do Irish experts think?”, The Irish Times, 29 agosto 2026. L’articolo analizza il dibattito nato intorno al documentario The Great ADHD Myth? e raccoglie le posizioni di specialisti irlandesi, tra cui Sarah Cassidy, Margo Wrigley, Michele Hill e Marie Boilson.
Leggi l’articolo sull’Irish Times
Freyne, Patrick, “Blindboy unmasked: ‘The thing I’m most afraid of is having to work in an office… so now I work in an office’”, The Irish Times, 29 agosto 2026. Intervista a Blindboy Boatclub su scrittura, autismo, lavoro, scuola, identità pubblica e adattamento degli ambienti alle esigenze neurodivergenti.
Leggi l’intervista a Blindboy
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