A una ventina di minuti dal centro di Belfast c’é un muro alto fino a otto metri, coperto di murals, firme e messaggi di pace lasciati da migliaia di visitatori. È il cosiddetto “peace wall” di Cupar Way, il più celebre di una rete che oggi conta ancora oltre un centinaio di barriere fisiche sparse tra Belfast, Derry, Portadown e Lurgan. Come abbiamo raccontato di recente parlando del futuro dell’International Fund for Ireland, il paradosso di questi muri racconta meglio di ogni statistica lo stato reale del processo di pace nordirlandese.
Nati come soluzione temporanea, diventati permanenti
I primi “peace lines” comparvero nel 1969, all’inizio dei Troubles, come barriere provvisorie erette dall’esercito britannico per contenere gli scontri tra i quartieri cattolici e quelli protestanti nelle zone più violente della città. Dovevano restare in piedi qualche settimana. Sono passati oltre cinquant’anni.
Da allora la rete si è progressivamente estesa: oggi si contano più di 100 barriere tra muri, recinzioni, cancelli e strutture miste, che si sviluppano per circa 34 chilometri complessivi, con la concentrazione più alta nel nord e nell’ovest di Belfast. Molti di questi cancelli vengono ancora chiusi ogni sera dal Department of Justice nordirlandese, per evitare che la notte diventi occasione di tensioni tra i due lati.
Il dato forse più sorprendente è che, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, il numero di peace walls non si è ridotto dopo l’Accordo del Venerdì Santo del 1998: secondo diversi studi accademici, a Belfast ce ne sono oggi di più rispetto a 25 anni fa. La giornalista Lyra McKee, uccisa nel 2019 a Derry mentre osservava disordini nel quartiere di Creggan — una vicenda che avevamo seguito da vicino con la Newsletter — lo aveva scritto con chiarezza: dalla firma degli accordi di pace sono stati eretti più muri di quanti ne siano stati abbattuti.
Il piano fallito: abbattere tutto entro il 2023
Nel 2013 l’esecutivo nordirlandese, guidato all’epoca da Peter Robinson e Martin McGuinness, lanciò la strategia “Together: Building a United Community”, fissando un obiettivo ambizioso: rimuovere tutte le barriere entro il 2023, in vista del 25° anniversario del Good Friday Agreement.
A oggi quell’obiettivo è clamorosamente fallito. Tra Brexit, pandemia e le ripetute sospensioni dell’Assemblea di Stormont, i progressi concreti si contano sulle dita di una mano: la rimozione del muro di Ardoyne, salutata nel 2016 dall’allora vice primo ministro Martin McGuinness come segno di progresso dopo trent’anni, resta uno dei pochi casi esemplari, insieme alla riqualificazione della barriera di Duncairn Gardens e alla riapertura di Flax Street nel 2022. Casi isolati, non una tendenza.
Il motivo di questa lentezza non è solo burocratico. Diversi studi — incluso uno pubblicato dalla Queen’s University — hanno mostrato che circa il 66% dei morti durante i Troubles avvenne entro mezzo miglio da quella che sarebbe poi diventata una linea di interfaccia. Per molti residenti che vivono accanto a questi muri, la richiesta di abbatterli non è un gesto simbolico neutro: significa toccare un trauma ancora vivo. Un sondaggio del 2012 aveva già rilevato che il 69% dei residenti delle zone di interfaccia riteneva i muri ancora necessari.
Falls Road e Shankill Road: due narrazioni parallele
I peace walls più visitati restano quelli che separano la cattolica Falls Road dalla protestante Shankill Road, diventati tappa fissa dei celebri black cab tour della città. Ma il vero patrimonio culturale di quest’area sono i murals che ricoprono ogni superficie disponibile.
Sul lato di Falls Road si trova l’International Wall, un tratto di muro lungo Divis Street che la comunità nazionalista utilizza da decenni per esprimere solidarietà con cause internazionali: dal Sudafrica dell’apartheid alla Palestina, passando per il movimento curdo e quello basco. Tra le immagini più note ci sono il volto di Nelson Mandela, quello dell’abolizionista americano Frederick Douglass e — naturalmente — il celebre murale dedicato a Bobby Sands, il primo dei repubblicani a morire durante lo sciopero della fame del 1981, considerato ancora oggi il murale più fotografato dell’intera città.
Sul lato di Shankill Road, la tradizione muralista lealista segue codici diversi: dominano le immagini di re Guglielmo III a cavallo nella battaglia del Boyne del 1690, insieme a murales paramilitari dedicati a membri dell’UVF e dell’UDA. Negli ultimi anni diversi progetti di “re-imaging” hanno sostituito alcune delle immagini più esplicitamente militari con soggetti meno divisivi: la storia locale, il Titanic, lo scrittore C.S. Lewis, nato proprio a est di Belfast, o figure sportive.
Muri come specchio del presente
Ciò che rende i peace walls un oggetto di studio così particolare è la loro natura di “opera viva”: i murals cambiano nel tempo, si sovrappongono, vengono ridipinti in base a ciò che accade nel mondo. Nel 2020 comparve sull’International Wall un murale dedicato a George Floyd; più di recente, diversi murales hanno affiancato alla causa palestinese quella della guerra in Ucraina, confermando come questi muri continuino a funzionare da termometro politico della comunità nazionalista, ben oltre i confini locali dell’Irlanda del Nord.
Un simbolo che divide ancora oggi
Il destino dei peace walls resta oggetto di dibattito acceso. Da un lato ci sono le istituzioni e i finanziatori internazionali — lo stesso International Fund for Ireland di cui abbiamo scritto recentemente — che vedono nella loro rimozione un passaggio necessario per chiudere davvero la stagione del conflitto. Dall’altro ci sono i residenti delle zone di interfaccia, per cui quei muri restano ancora oggi una fonte di sicurezza reale o percepita, più che un simbolo da cancellare.
Bibliografia e fonti
- The Conversation, Belfast has more peace walls now than 25 years ago – removing them will be a complex challenge
- The Conversation, What Belfast’s changing murals can tell us about peace
- Irish News, ‘It’s causing a psychological divide’: Interface residents on the future of peace walls in Belfast
- The Detail, Flaws exposed in plan to remove Northern Ireland’s peace walls
- Slugger O’Toole, Why do we still have ‘peace walls’?
- NPR, Belfast’s walls from the Troubles are set to come down, but locals want them to stay
- BBC News, Ardoyne peace wall: Martin McGuinness hails replacement as ‘sign of progress’
- Streets of Belfast (Kabosh), The International Wall
- Visit West Belfast, pagina International Wall
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Immagine di copertina: Francesca Lozito, Belfast, 2013
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