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Trump e l’Irlanda unita: le parole a Dublino che hanno spaccato unionisti e Londra

Donald Trump ha detto di volere vedere un’Irlanda unificata, definendo l’eventuale riunificazione tra la Repubblica d’Irlanda e l’Irlanda del Nord una cosa “fantastica”. Le parole sono arrivate il 12 settembre, durante la conferenza stampa con il Taoiseach (primo Ministro, ndr) Micheál Martin, nel corso della visita di due giorni del presidente americano a Dublino, e hanno immediatamente scatenato una crisi diplomatica con Londra e una spaccatura interna al fronte nordirlandese.

Cosa ha detto esattamente Trump

Interpellato da un giornalista sull’ipotesi di unificazione tra le due Irlande, Trump ha premesso di non voler causare problemi, per poi aggiungere che gli piacerebbe molto vederla realizzata. Ha sostenuto che, a suo giudizio, prima o poi accadrà comunque, e che potrebbe succedere anche subito, pur ammettendo che il Regno Unito avrebbe qualcosa da ridire in merito. Ha inoltre indicato Martin come la persona giusta per avviare il processo, motivando la propria posizione con i legami personali che dice di avere con entrambe le comunità dell’isola.

E da due anni Sinn Féin boicotta la tradizionale visita di San Patrizio alla Casa Bianca per protesta contro la politica mediorientale dell’amministrazione, mentre i partiti unionisti DUP e UUP hanno continuato a mantenere rapporti con Trump. Sono stati proprio questi ultimi, e non gli ambienti repubblicani, a incassare la sorpresa peggiore.

La reazione durissima degli unionisti

Il leader del DUP, Gavin Robinson — che in passato aveva pubblicamente sostenuto Trump — ha risposto su X sostenendo che il futuro costituzionale dell’Irlanda del Nord spetta al suo popolo, non a commenti provenienti da Londra, Dublino o Washington, e ha definito l’ipotesi di unione con la Repubblica come una minaccia all’esistenza stessa del proprio Paese.

Ancora più netto il leader del TUV, Jim Allister, secondo cui Trump non sarebbe il primo presidente americano a intromettersi in affari che non lo riguardano, aggiungendo che l’Irlanda del Nord non è una pedina nello scontro tra il presidente e il governo britannico. Il deputato DUP Gregory Campbell ha invece liquidato l’uscita come una tipica boutade da “Trumpismo”, paragonandola alle precedenti dichiarazioni sulla Groenlandia, e ha ironizzato sul fatto che i manifestanti del Sinn Féin arrivati a Dublino per protestare contro Trump si sarebbero ritrovati, paradossalmente, dalla sua stessa parte.

Il Sinn Féin frena l’entusiasmo

Sorprendentemente, il fronte nazionalista ha reagito con cautela più che con esultanza. La leader del Sinn Féin, Mary Lou McDonald, ha definito le parole di Trump tempestive, invitando Martin a iniziare concretamente a pianificare l’unificazione, ma ha anche precisato che il processo dovrà essere pacifico, democratico e capace di includere tutte le voci dell’isola, comprese quelle unioniste e lealiste. Da ambienti più scettici del nazionalismo, come l’SDLP, è arrivata invece freddezza: c’è chi ha derubricato l’uscita a semplice ricerca di visibilità, dubitando che a Trump importi davvero della questione.

Dublino prende le distanze

Il governo irlandese ha gestito la vicenda con prudenza. La ministra degli Esteri Helen McEntee ha precisato che si tratta solo di opinioni personali del presidente statunitense. Lo stesso Martin, pur avendo raccolto l’endorsement, ha in seguito ridimensionato la reazione unionista definendola esagerata, dissociandosi dal linguaggio sulla “distruzione” dell’Irlanda del Nord usato da Robinson. Ha però confermato che Trump gli aveva già posto la domanda sulla possibile fusione in colloqui precedenti, collocando il tema come la prossima tappa del percorso nazionale irlandese.

Londra: linea dura di Burnham e critiche Tory

Downing Street ha ribadito la linea del premier Andy Burnham, che pochi giorni prima aveva definito un referendum sull’unità “fuori discussione” nell’immediato, per assenza di un consenso sufficiente. La leader conservatrice Kemi Badenoch ha accusato Trump di parlare senza ponderare le conseguenze, definendo le sue uscite dannose e fonte di tensioni inutili; il vice leader Tory Alex Burghart lo ha bollato come “molto in errore”, ribadendo che l’Irlanda del Nord è parte integrante del Regno Unito.

Perché l’Irlanda è divisa: le radici storiche

La spaccatura dell’isola risale al 1921, quando il Trattato anglo-irlandese pose fine alla guerra d’indipendenza. L’accordo diede vita allo Stato Libero d’Irlanda — poi Repubblica dal 1949 — nei ventisei contee del sud, mentre le sei contee del nord-est, a maggioranza protestante e unionista, restarono parte del Regno Unito grazie a una clausola di opt-out prevista dal Government of Ireland Act del 1920.

Questa divisione affonda le radici in secoli di colonizzazione, in particolare nelle plantations protestanti del Seicento nell’Ulster, che avevano creato due comunità distinte: una maggioranza protestante e unionista nel nord, legata culturalmente e politicamente alla Gran Bretagna, e una minoranza cattolica e nazionalista, a lungo discriminata nell’accesso al lavoro, alla casa e ai diritti politici.

Dai Troubles all’Accordo del Venerdì Santo

Le tensioni esplosero tra la fine degli anni Sessanta e il 1998 nei cosiddetti Troubles, tre decenni di violenza settaria tra paramilitari repubblicani, paramilitari lealisti e forze di sicurezza britanniche, che causarono circa 3.500 morti. Il conflitto si chiuse con l’Accordo del Venerdì Santo del 1998, negoziato anche grazie alla mediazione statunitense, che sancì il principio del consenso: l’Irlanda del Nord resta nel Regno Unito finché lo vuole la maggioranza della sua popolazione, ma prevede la possibilità di un referendum — il cosiddetto border poll — qualora il segretario di Stato britannico per l’Irlanda del Nord ritenga probabile una maggioranza favorevole all’unificazione. Anche gli elettori della Repubblica dovrebbero votare a favore perché il cambiamento diventi effettivo.

Cosa succede adesso

È proprio questo equilibrio, tenuto per quasi trent’anni lontano dai riflettori dai presidenti americani precedenti — Joe Biden compreso, nonostante le sue radici irlandesi — che le parole di Trump hanno riportato al centro del dibattito pubblico su entrambe le sponde del confine e a Londra. Nessuna decisione concreta è stata annunciata: la linea ufficiale di Downing Street resta quella di un referendum non all’ordine del giorno.

Bibliografia

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immagine; elaborazione Chat GPT

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